I tempi della vita sono frenetici, le cose da fare sono molte, la fatica di vivere e le aspettative di realizzazioni nella vita sono grandi. Ma, soprattutto, la televisione è lì: pronta, sempre disponibile senza sforzo alcuno, capace di catturare e assorbire l’attenzione dei bambini, liberando gli adulti dal peso di occuparsi di loro. Perché ci dovremmo impegnare a raccontare ai bambini o a leggere loro delle storie? Entrando, oltre tutto, in un tempo lento, dilatato, come il raccontare esige? Proviamo ad osservare un bambino, mentre il papà gli sta leggendo una storia. Anzi: osserviamoli entrambi. “C’era una volta, tanto tempo fa, un taglialegna, che viveva con la moglie e con sette figli ai margini della foresta. Il più piccolo dei bambini era così piccolo, che lo chiamarono… ”. “…Pollicìno!”, si inserisce il bambino, con un misto di sorpresa e di ritrovamento del già noto. “…Pollicino”, riprende il papà. Il papà sta leggendo da un libro di fiabe. Accentua ogni espressione con ondeggiamenti della voce, quasi a sottolinearne l’importanza e la vitale preziosità. Il bambino ascolta, incantato, come respirando con gli occhi le singole parole. Parole che lo afferrano emotivamente, tanto da fargli trattenere a momenti il respiro, anche se le conosce perfettamente a memoria: qualcuna, nelle pause di sospensione, addirittura la anticipa. E se il papà ne sbaglia o ne cambia un’altra, subito lo corregge. Tutto deve essere nuovo, meraviglioso, pregno di significati misteriosi; e tutto deve essere già conosciuto e ritrovato, esatto esatto. Potrebbe sembrare quasi un rito, che si rinnova ogni volta, ma che è sempre identico, e che parla di cose che esistono da sempre (“C’era una volta, tanto tempo fa”) e che sempre si presentano e si ripresentano come nuove, nell’attualità del rito. Si tratta della rappresentazione, della rievocazione di qualche cosa “che è”. Ma che cos’è quel qualche cosa “che è” e che viene così attualizzato dal racconto? Il papà prosegue: “La famiglia era così povera, che non c’era da mangiare per tutti. Una notte, Pollicino sentì la mamma che diceva al babbo: ‘Come faremo con tutti questi bambini? Non c’è più da mangiare. Portali nel bosco, e lasciali lì, così non li vedremo soffrire’. Pollicino, allora, che era piccolo sì, ma molto attento e molto astuto, uscì di nascosto di casa e andò a riempirsi le tasche di sassolini bianchi che risplendevano alla luce della luna. Poi, zitto zitto, ritornò nel letto, a far finta di dormire”. Si percepisce chiaramente che il momento è magico. Per entrambi. L’esperienza che i due stanno facendo è estremamente importante, vitale, piena di significato. Ma che cosa sta succedendo? Sono molte le cose che stanno succedendo. Vi sono almeno dieci buoni motivi per raccontare o leggere storie, fiabe, novelle, racconti e poi romanzi ai bambini.
HOME CHI SIAMO
Vi sono tante buone ragioni psicologiche per leggere o raccontare storie ai bambini: insegnare a riconoscere, a gestire e a bonificare le emozioni nelle esperienze di vita; favorire che il bambino tenda ad allargare lo spazio mentale; favorire un apprendimento cognitivo; favorire che il bambino conosca la vita, anche nei suoi aspetti più crudi, in modi non rischiosi; favorire e realizzare condivisione empatica sui temi fondamentali della vita; favorire e realizzare una relazione ricca, viva, “polifonica” fra narratore e ascoltatore; realizzare momenti di piacere condiviso.
Il più importante dei motivi è che l’esperienza dell’ascolto di fiabe è una delle principali vie attraverso le quale il bambino impara a riconoscere le emozioni, proprie e degli altri, nonché le esperienze che si strutturano a partire da quelle emozioni. Il processo che si attiva, perciò, è estremamente importante; si tratta di una sorta di validazione dell’emozione e dell’esperienza, che è resa possibile dal fatto che attorno ad essa ci si trova a risuonare insieme, in quel momento lì della lettura della storia, ma anche “da sempre e per sempre”, come la storia stessa dice: c’era una volta, tanto tempo fa, in un luogo lontano lontano; e noi ora, che stiamo insieme adesso e qua, continuiamo a entrare in contatto emotivo con le stesse vicende, come a dirci: “Sì, è proprio vero. Accade proprio così. Anche a noi è accaduto, accade e accadrà così. A tutti gli umani accade così. Queste esperienze, queste emozioni ci appartengono in quanto sono umane. E quindi sono sensate, comunicabili, comprensibili, condivisibili, legittime, da riconoscere e da rispettare”. Conviene ora mettere a confronto l’esperienza che i bambini fanno (così come, del resto, facciamo anche noi adulti) nelle due situazioni: quando assistono a un film o a un cartone animato; e quando sentono raccontare, o, leggono una storia. Nel racconto e nella lettura, il bambino si trova spinto a immaginare, a costruire, cioè, delle proprie personali immagini interiori, attivando delle rappresentazioni mentali della realtà narrata o descritta. La sua mente è spinta a rendere operante la creatività interiore. Crea, infatti, in modo personale, del tutto soggettivo, immagini mentali nuove; cosa che, con l’allenamento, favorirà l’attivarsi anche della creatività operativa , quella creatività, cioè, che gli consentirà di costruire nel concreto mondo reale esterno qualcosa di sia soggettivamente sia obiettivamente nuovo. In questo modo, lo spazio mentale, per così dire, si amplia, si arricchisce di nuove, originali, soggettive costruzioni mentali. E questo fatto ha molte conseguenze positive, fra cui non ultima è l’acquisizione di maggiori ambiti di libertà della mente, e quindi della persona intera. Un bambino che organizzi la propria mente quasi solo sulla percezione (televisione, cartoni animati, videogiochi, giochi di destrezza ma non di fantasia, ecc.), sarà costretto a rimanere costantemente in contatto con la concretezza della realtà esterna a lui. Il funzionamento della sua mente tenderà in modo rigido a costruirsi prevalentemente secondo lo schema “stimolo-risposta”. Diverrà, probabilmente, un bambino perfettamente “ammaestrato”, capace delle più rapide e precise risposte immediate ai vari stimoli (campione nei videogiochi, per esempio); ma rischierà di non saper costruire quasi nulla all’interno della propria mente, perché sarà poco in grado di svincolarsi dalla percezione attuale di ogni singolo momento, per attivare risorse interiori di fantasia e di creatività. Rischierà di diventare abilissimo nelle cose concrete, ma quasi vuoto per quel che riguarda il suo proprio mondo interno. Se la mente vive le proprie esperienze (quasi) solo nello spazio esterno, non saprà concepire o riconoscere la storia, la propria storia, perché non sopporterà l’assenza o la mancanza o il vuoto, che, soli, possono creare il divenire. Se, invece, la percezione dello spazio esterno e della realtà esterna sono ben strutturati nella mente, e se contemporaneamente sono ben strutturati e valorizzati anche lo spazio e la realtà interna, ecco che si apre la possibilità di uno spazio terzo: lo “ spazio intermedio”, che si colloca fra lo spazio interno (della rappresentazione) e lo spazio esterno (della percezione). È, questo, lo spazio della creatività ovvero lo spazio dell’invenzione. Ascoltare o leggere storie favorisce l’arricchimento del mondo interno senza detrimento per il mondo esterno, ma con aumentate possibilità di integrazioni fra mondo interno e mondo esterno. Il bambino potrà, allora, con molta più facilità, vivere, per esempio, un’esperienza dolorosa o una frustrazione senza che per lui siano la fine del mondo: le sa riconoscere e collocare nelle prospettive di un mondo sensato. E così, la possibilità di viverle non dipenderà solo dall’eventuale possibilità di “superarle” (cioè: di annullarle), ma diverrà possibilità viverle di per sé, in quanto sono parte della propria esperienza. In questo modo, diverrà possibile, allora, immaginare anche delle possibili “vie di uscita” che non tendano a cancellare le esperienze, ma che le valorizzino al meglio. La terza delle buone ragioni per raccontare o leggere storie ai bambini, che è quella di favorire in loro l’apprendimento cognitivo. Ciò che viene conosciuto ed appreso in quel clima di affetti, di risonanze emotive, di attivazione dell’immaginazione e della fantasia, in quel clima relazionale “magico” di scoperte e ritrovamenti rimarrà impresso nella mente in maniera del tutto speciale. È evidente che il bambino cui vengono frequentemente lette o raccontate storie, trovandosi assiduamente in contatto con il linguaggio parlato e scritto, ne acquisisca maggiore familiarità, e sviluppi, quindi, non solo maggiore curiosità, ma anche maggiori conoscenze per tutto ciò che riguarda tali tipi di linguaggio. Sarà, allora, probabile che apprenda più precocemente a intendere e a saper usare le parole e i discorsi articolati, così come, a suo tempo, a scrivere più precocemente e in modi più strutturati e appropriati. Allo stesso modo, sarà probabile che migliorino anche le capacità di pensiero autonomo articolato e complesso. Inoltre, venendo in contatto con la descrizione di molte cose, molti ambienti, molte situazioni, molti eventi, molte connessioni, e con molteplici tipi di espressioni verbali e sintattiche, egli sarà facilitato nell’arricchire il proprio patrimonio di conoscenze e di modalità di espressione verbale.
LIBRIINFESTA TOUR
REGALIAMO UNA STORIA A TUTTI I BAMBINI
Attraverso il racconto e la lettura di storie, è quasi come se riuscissimo a vivere più di una vita, a conoscere altre possibili vite: per interposta persona, attraverso l’attivazione di processi di identificazione e di immedesimazione coi personaggi delle storie. È quasi come se, pur senza far nulla, riuscissimo a fare più esperienze, differenti fra loro, anche tra di loro contraddittorie, anche tra di loro incompatibili. E questo lo possiamo realizzare certamente con lo svantaggio di non vivere direttamente, per davvero, concretamente, i fatti e gli eventi che attivano le emozioni piacevoli; ma con il grandissimo vantaggio di non vincolare lo sviluppo della nostra vita a scelte magari pesanti, magari dalle conseguenze irreparabili. Possiamo, per esempio, vivere le emozioni di rubare, di andare in prigione, di uccidere, di fuggire, di suicidarci perfino; o di lasciare il partner, la casa, il lavoro; o di avere mille partner, nelle più svariate e improbabili storie d’amore; o di avere comportamenti irresponsabili, o futili, o generosi fino alla morte, o bizzarri, o al limite dell’immaginabile, senza che nulla cambi nella realtà concreta della strutturata nostra esistenza. Non ci basterebbero cento vite per poterci fare un’idea delle principali possibili varianti e dei principali possibili sviluppi della nostra vita, se per conoscerli avessimo soltanto la possibilità di sperimentarli direttamente. Nella vita reale, una volta fatta (o non fatta) una scelta, tutte le altre scelte sono escluse, giacché, se anche ne scegliessimo successivamente un’altra, la nuova scelta avverrebbe non nella situazione della prima scelta, né nel vuoto, ma all’interno dei nuovi contesti che quella prima scelta (o non scelta) ha contribuito a determinare. Non c’è scampo: non si riesce a vivere più di una sola vita, che è solo e soltanto quella concreta che andiamo vivendo giorno per giorno. Non c’è scampo. O quasi. Se cerchiamo di farci una nuova vita, dobbiamo lasciare la vita in corso. Invece, se leggiamo o ascoltiamo il racconto di una vita altra dalla nostra, arricchiamo la nostra esperienza, continuando la nostra vita. L’osservazione e il racconto delle vite altrui, infatti, “apre”, per così dire, delle nuove possibilità alla nostra personale esperienza, in quell’assetto mentale che è caratterizzato da verità emotiva e finzione della concretezza fattuale. Le emozioni sono vere, verissime, anche se le situazioni e gli accadimenti sono soltanto immaginati. Il bambino, nell’ascolto di storie, viene a sentire che certi valori (le cose e le azioni buone) e certi disvalori (le cose e le azioni cattive) sono distinguibili tra di loro; sono condivisibili; devono essere posti a fondamento della vita. I valori e i disvalori, così, possono: essere riconosciuti; divenire elementi di base per orientarsi nella valutazione degli accadimenti; essere utilizzati come fondamento nella scelta fra i possibili comportamenti e le possibili azioni. Mentre ascolta e immagina storie, il bambino è indotto a rappresentarsi nella mente anche i differenti modi in cui possono venire strutturate le relazioni fra le persone nelle differenti situazioni di vita. Impara, così, le “regole” della vita relazionale e sociale: ci sono modi buoni e modi cattivi, modi accettabili e modi inaccettabili, modi adeguati e modi inadeguati, modi raccomandabili e modi sconsigliabili, modi desiderabili e modi temibili. Questo apprendimento è importantissimo per la socializzazione. Per esempio, il bambino impara che, per essere alla fine contenti, conviene porsi in rapporto con gli altri e con la realtà in modi adeguati; che bisogna cogliere e considerare anche il punto di vista degli altri; che, piuttosto che litigare, è più bello andare d’accordo, senza però sottomettersi agli altri tradendo se stessi. Dunque, il bambino non impara soltanto i valori, ma impara anche e soprattutto che ha la possibilità di contribuire attivamente a strutturare i rapporti con le altre persone in modi differenti, alcuni dei quali sono migliori e altri sono peggiori. Progressivamente, così, avrà l’opportunità di costruirsi delle conoscenze non solo su come gira il mondo dei rapporti fra le persone, ma anche su come egli stesso può contribuire a farlo girare bene. Noi mammiferi, e ancora più noi umani, abbiamo bisogno che, per lungo tempo dopo la nostra nascita, vi sia qualcuno che si occupi di noi. Si tratta di un bisogno assoluto, tant’è che, in mancanza, non possiamo neppure sopravvivere. Questo, perché, per lungo tempo, noi non siamo in grado di esercitare in prima persona delle funzioni che pure sono per noi indispensabili. Chiamiamo “genitoriali” queste funzioni, perché di solito vengono esercitate dai genitori del bambino, e le distinguiamo in “materne” e “paterne” non perché debbano essere esercitate le une dalle mamme e le altre dai papà, ma soltanto perché, storicamente, corrispondevano alla rigida suddivisione di ruoli propria della famiglia borghese di fine ’800 e inizi ’900, di quando, cioè, questi funzioni vennero scientificamente osservate e definite in modo sistematico. Sono insiemi bene individuabili di funzioni essenziali, che però appartengono a tutte le persone: uomini e donne, grandi e piccoli, sposati e single, con figli e senza figli... Nasciamo tutti predisposti ad attivare in noi queste (come molte altre) funzioni fondamentali, ma è necessario che le impariamo, per poterle esercitare sia verso noi stessi sia verso le altre persone. Se non impariamo ad attivarle e a gestirle verso noi stessi, non riusciremo a realizzarci adeguatamente nella nostra vita, né realizzare le cose che ci interessano, e neppure a godere nel corso delle nostre esperienze o anche solo ad essere contenti. Affinché riusciamo a imparare ad attivare noi queste funzioni, è indispensabile sia che altri le abbiano esercitate verso di noi sia che ce le lascino esercitare direttamente. Le funzioni cosiddette “materne” sono quelle dell’amore incondizionato: sono contento che tu esisti, ti faccio le feste quando ti vedo, faccio in modo che tu sia contento, ti accolgo, ti coccolo, ti ricolmo di affetto e di attenzioni, ti nutro, ti accudisco, gioisco con te nello stare insieme... Le funzioni cosiddette “paterne” sono quelle dell’amore che sostiene nella realizzazione di sé: ti voglio bene e ti stimo; so che tu puoi farcela, e ti indico come hai da fare per farcela e come hai da non fare; se cadi, ti mostro che puoi rialzarti e che puoi ripartire; ti mostro che sei in grado di sopportare il dolore e le frustrazioni inevitabili, e che può valere la pena soffrire magari un poco, per realizzare qualcosa che poi ti potrà fare più contento; ti indico i limiti, le regole, le procedure non per mortificarti, ma per favorire che tu ti realizzi al meglio. Il semaforo serve per far scorrere meglio il traffico, non per mortificare quelli che si trovano dalla parte del rosso; conoscere i propri limiti e vincoli della realtà serve non a inibire la propria iniziativa, ma a renderla efficace; sopportare i dispiaceri inevitabili della vita serve a poter cogliere ciò che di buono nella vita è possibile; rinunciare a qualche cosa di immediato può essere importante per realizzare qualche cosa che potrà dare una contentezza più ampia e più intera in seguito. È forse più esatto dire che quelle “materne” sono funzioni amorevoli, che al limite, tendono a prescindere dal rapporto dell’amato con la realtà, mentre quelle “paterne” sono funzioni amorevoli che facilitano e sostengono il rapporto dell’amato con la realtà. Il bambino deve imparare a esercitarle entrambe: verso di sé, prima di tutto, e poi anche verso gli altri. Deve poter arrivare a sentirsi come una cosa buona, della cui esistenza si è contenti, e verso cui si prova tenerezza e affetto; ma deve anche poter arrivare a sentirsi una cosa buona per la quale vale la pena darsi da fare in modi efficaci, con l’impegno, con la sopportazione delle frustrazioni e del dolore inevitabili, con la consapevolezza dei limiti, con la necessaria attenzione verso gli altri. Potremmo dire che scopo dei genitori nel rapporto con i figli è quello di operare assiduamente fino al punto di diventare, per essi, inutili. Nei racconti sentiti o letti, il bambino ha la possibilità di vedere all’opera queste funzioni genitoriali “materne” e “paterne” in modi differenti ed efficaci (o inefficaci). Potrà identificarsi sia in chi attiva queste funzioni, sia in chi ne è l’oggetto e ne riceve i frutti, arrivando progressivamente a integrare le cose in modo tale da poter essere lui stesso colui che, contemporaneamente, esercita le funzioni e colui verso cui le funzioni medesime sono indirizzate. Finora, abbiamo osservato le cose dal punto di vista del bambino che ascolta o del ragazzino che legge. Ma uno dei motivi per raccontare o leggere storie ai bambini riguarda chi racconta o legge. Per essere dei buoni narratori, o anche solo dei buoni lettori, è necessario avere la capacità di accogliere con attenzione, rispetto e amorevolezza le proprie e le altrui emozioni, le proprie e le altrui esperienze. E ogni volta che si racconta, si “allenano”, per così dire, queste capacità. Si attiva, per esempio, la capacità di condivisione empatica con l’esperienza dei personaggi. Questa condivisione attivata nel narratore svolge, fra le altre, preziose funzioni di sostegno del Sé, oltre che di recupero di sé nei momenti di smarrimento o di esperienze dolorose o frustranti, attraverso una integrazione del Sé. Per integrazione del Sé intendiamo una cosa molto semplice, ma assolutamente importante nella vita: mettere in contatto vivo fra loro i vari aspetti di sé, differentemente attivi: quelli addolorati, per esempio, con quelli che nutrono la speranza; o quelli disperati, con quelli che forniscono consolazione; o quelli spaventati, con quelli curiosi di conoscere e quelli capaci di trovare vie di uscita o rassicurazioni; e così via. Sostegno del Sé, recupero di sé e integrazione del Sé sono gli ingredienti fondamentali della bonifica delle proprie esperienze traumatiche, dolorose o, comunque, difficili. Si potrebbe dire tutto questo in modo semplice e riassuntivo, affermando che, come l’ascoltatore, anche il narratore usufruisce della narrazione. Ci capita di vivere un piacere speciale nel fare qualche cosa per gli altri (gli ascoltatori, in questo caso) e – contemporaneamente – per noi stessi (in questo caso, il narratore): è il piacere di una realizzazione “a più livelli”, di una realizzazione “tridimensionale”. C’è, poi, una specialissima esperienza che si realizza in chi racconta una storia a un bambino, analoga a quella di un attore davanti al suo pubblico: è quella, piacevolissima, di identificarsi nella stupita meraviglia del bambino che va identificandosi con i personaggi nel dipanarsi del racconto. Altro motivo per leggere o raccontare storie ai bambini è che il narrare-ascoltare arricchisce potentemente la relazione affettiva fra adulto e bambino, rendendola più forte, più modulata, più profonda, più “di grande spessore”. Il bambino si identifica con i personaggi del racconto, soprattutto col protagonista. E questo è ovvio. Ma il bambino si identifica anche con l’adulto narrante, con colui che osserva le esperienze e le emozioni, le descrive, le riconosce, ne è incuriosito, dà loro valore e vita, vi risuona, vi partecipa, le condivide. Anche l’adulto, come è ovvio, si identifica con le emozioni e le esperienze dei personaggi della storia, soprattutto con quelle del protagonista. Si viene così a recuperare la stupita meraviglia della scoperta. Scoperta di sé, scoperta della propria vita mentale, scoperta del senso della vita. Scoperta dell’incontro col dolore, con la morte, con lo smarrimento, con la felicità, con la speranza, con l’insensatezza, con la casualità, con la disperazione, con le risorse inaspettate, con i conflitti intrapsichici e relazionali, con la pacificazione, con l’amore, con la giustizia. Ed – ovviamente – con le emozioni: con tutte le emozioni possibili e immaginabili. C’è poi un ultimo motivo per leggere e raccontare storie ai bambini, che fra tutti non è certamente il meno rilevante. Raccontare e ascoltare racconti, scriverli e leggerli, è piacevole: per chi li legge, per chi li ascolta, per chi li racconta, per chi li scrive. Per chi li inventa e per chi ne usufruisce, “re - inventandoli” nella propria mente. E basterebbe già questo solo motivo, per prestarvi attenzione e dedicarvi del tempo. Si tratta, come qua e là abbiamo in parte anticipato, di un piacere molteplice, fatto di molti aspetti. Il gusto della scoperta, il gusto della finzione, il gusto della verità emotiva, il gusto dell’ invenzione, il gusto della contemplazione, il gusto dell’attendere la sorpresa adeguatamente preparata, il gusto del meraviglioso. Ma anche il piacere di sentire la propria mente funzionante, e funzionante all’unisono con un’altra mente. I bambini amano sentir raccontare innumerevoli volte sempre le stesse storie, per garantirsi nello stesso tempo sia il piacere della scoperta del nuovo e del perturbante sia quello della rassicurazione nel ripercorrere il noto e il confortevole. In questo percorrere e ripercorrere sentieri già noti, ancorché impervi, il bambino ha modo anche di potersi identificare non solo con il protagonista, ma anche con i suoi aiutanti (maghi, fate, vecchine, coniglietti parlanti...) e con i suoi antagonisti (streghe, mostri, vecchiacce, orchi, rivali...). Per questa via, oltre tutto piacevole, potrà essere più completa e integrata la bonifica degli accadimenti emotivo-relazionali della sua propria esistenza.
PROGRAMMAZIONE